lunedì 20 marzo 2017

LA CULTURA SALVERA' IL MONDO

domenica 15 aprile 2012

THARROS di RITA BELLACOSA

Cari amici, vi presento la monumentale Tharros, immensa miniera di segreti e di misteri …

GEMELLAGGIO THARROS LUXOR

GIUGNO 2009. Firmato il protocollo d’intesa tra la regione Sardegna e il Governatorato di Luxor e il protocollo di gemellaggio tra le città di Oristano e Cabras, in rappresentanza di Tharros, e Luxor, la Tebe d’Egitto di Ramses II per ricordare il legame tra gli Shardana , gli antichi Sardi e il Faraone del quale erano la guardia personale.


La strategica posizione geografica nel Mediterraneo, naturale punto di collegamento tra Africa, Spagna e Sardegna, rese Tharros , in epoca antica, un porto ma anche, successivamente, terra d’ incursioni dei Saraceni dal IX sec.d.C. che ne provocarono la decadenza. L’ etimologia del nome della città potrebbe risalire alla radice mediterranea tarr, due. I grammatici antichi Pseudo Probo e Marco Plozio Sacerdote scrissero: Tharros nomen est numeri semper plurali, il nome di Tharros si riferisce sempre al plurale. Due furono le necropoli a incinerazione di età fenicia, San Giovanni di Sinis e Capo San Marco. Due i quartieri che l’asse stradale portante divide, privato e pubblico. Secondo la tesi comunemente riportata, probabilmente superata, Tharros fu fondata dai Fenici nel VIII secolo a.C. ma in anni recenti, durante lo scavo nella vicina laguna di Mistras, è stato trovato un muro coperto dalle acque lungo circa 100 metri che sembra facesse parte di una struttura portuale più antica dell’epoca fenicia e probabilmente antecedente il 1200 a.C., secolo in cui il livello del mare salì, inghiottendo le preesistenti costruzioni. La fondazione di Tharros, secondo questa tesi, andrebbe collocata all’epoca degli insediamenti costieri degli Shardana. Fino all'abbandono della città, avvenuto nel X secolo d.C., il sito fu sempre abitato: prima dagli Shardana, poi dai Punici ed infine dai Romani. Nata come scalo commerciale, Tharros vide il suo raggio d’azione ampliarsi sempre più, sino ad avere rapporti commerciali stabili con Cipro, Egitto, Ionia, Etruria, Spagna e mondo celtico. Disposta sul tratto centrale dell’istmo, si avvaleva di un doppio approdo: uno sul versante occidentale e l’altro su quello orientale. L’importanza della città continuò durante la dominazione cartaginese (510 a.C.) quando avvenne l’organizzazione urbanistica: rafforzamento delle mura settentrionali, apertura di camere ipogeiche nelle necropoli meridionale e settentrionale, imponenza conferita alla città attraverso le stele, i cippi e gli altari del tophet e costruzione del Tempio monumentale. Con l’arrivo dei Romani, III sec.a.C., il predominio marittimo cominciò a diminuire ed i traffici commerciali si diressero su altre rotte. Nel periodo imperiale la città, divenuta colonia, riacquistò il suo valore nel commercio internazionale. Dal IV secolo d. C. fu sede di comunità cristiane e, nel VI sec., sede vescovile. Sotto i Bizantini la città divenne castrum, ossia roccaforte sul mare, per fronteggiare le incursioni barbariche. La città fu la capitale del Giudicato di Arborea fino al 1070, quando il Giudice Orzocco I de Lacon-Zori trasferì nella nascente Oristano la sede vescovile e l'intera popolazione, come narra l'autore cinquecentesco Giovanni Fara. A questo proposito, un detto famoso recita: Portant de Tharros sas pedras a carros, letteralmente "portano da Tharros le pietre coi carri", a significare che Oristano venne fondata con i resti dei materiali dell'antica colonia fenicia. La struttura urbanistica di Tharros presenta tuttora tracce di case di origine punica attorno cui vennero tracciati gli assi portanti della viabilità romana. L'asse stradale portante divide due quartieri: quello abitativo con case sul versante occidentale, ai piedi della collina della torre di S. Giovanni e quello degli edifici pubblici disposto a oriente, sul Golfo di Oristano. Le rovine sono visibili lungo la collina del Capo San Marco e ancora si delineano bene le strade e le piante degli edifici della città romana che parzialmente furono riutilizzati durante il periodo medioevale con varie funzioni. Si osservano la cisterna per l'acqua che alimentava l'acquedotto, il Tempio di Demetra, le rovine delle Terme a mare o grandi Terme, e quelle delle piccole Terme, presso cui si trovava una chiesa paleocristiana, della quale rimane unicamente il Battistero, e un grande Tempio romano sopra uno cartaginese circondato da resti di abitazioni e botteghe. Il Tempio monolitico, di grande interesse archeologico, di epoca punica, fu costruito impiegando un unico blocco di roccia arenaria, e presenta semicolonne di ordine dorico scavate sui lati. Ritornando in direzione di San Giovanni, nella parte nord-orientale del sito si trova il cosiddetto ‘tophet’, altare sacrificale all’aperto, usato nei secoli VII-II, che leggende indicano luogo di sacrifici umani eretto dai Punici dopo la colonizzazione cartaginese, sui resti di un precedente villaggio nuragico postoa Nord della città, vicino alle fortificazioni, sulla cima della collina chiamata Su Muru Mannu.
Tharros è sede di scavi. L'area è un museo all'aria aperta e le rovine visibili risalgono al periodo della dominazione romana o della prima cristianità. Edifici da vedere: il Tophet, le Terme, le fondamenta del Tempio e una parte dell'area con case e botteghe. I reperti sono conservati : Museo archeologico nazionale di Cagliari; Antiquarium Arborense a piazza Corrias, Oristano; Museo archeologico comunale Giovanni Marongiu di Cabras ( inaugurato nel 1997, via Tharros, 121 Tel.0783 290636 - 391999). In conseguenza degli scavi inglesi (Lord Vernon-1851), di Gaetano Cara (1853-56) e francesi (L. Gouin e A. Baux) molti reperti sono conservati : British Museum di Londra dove però non sono esposti; Museo Borely di Marsiglia; Collezioni Reali di Torino. Visita degli SCAVI, itinerario .
La visita comincia studiando la pianta generale del sito, le planimetrie degli edifici e le foto dei reperti esposti nel piccolo locale all’entrata degli Scavi. Si accede alla città, con le rovine di epoca tardo-romana, e tracce cartaginesi e altomedievali. C’ incamminiamo lungo la strada lastricata in basalto ( roccia basica di origine vulcanica, di colore nerastro, utilizzata per pavimentazioni stradali ) sulla destra e giungiamo ad una piazzetta, chiamata còmpitum (il bivio), in cui ammiriamo una aedicula, ossia un tempietto dedicato ai Lares Compitales (i Lari Compitali, ossia divinità che pertinenti al bivio, del bivio, in onore dei quali veniva celebrata nei crocicchi delle vie ogni anno la festa dei Compitàlia). Nella parte settentrionale si trova un edificio quadrangolare, il castellum aquae, che fungeva da serbatoio dell’acquedotto e che alimentava una fontana pubblica. Risaliamo verso la strada principale, il cardo maximus, di epoca romana, tuttora perfettamente lastricato, che ha al centro le fogne e ai lati botteghe e locali di ristoro ed arriviamo in un’arena delimitata da un terrapieno: è l’Anfiteatro, risalente ai sec II-III d.C., che occupa, in parte, l’area del Tophet. Poco oltre si distinguono le torri quadrate e i resti delle fortificazioni della città. Le mura, in lapis arenaria ( pietra arenaria), risalenti all’epoca cartaginese, sono state cancellate da quelle romane. Tornando indietro sino al còmpitum , svoltiamo a sinistra dove si trova il complesso delle Terme III, mentre sulla destra sono i resti del Tempio Monumentale o delle semicolonne doriche, con la decorazione a semicolonne e lesene di alcuni lati del basamento (III secolo a.C.). La strada finisce proprio di fronte alle Terme I (II secolo d.C.), che i Cristiani del V secolo utilizzarono per costruire una Basilica con Battistero. Sulla destra troviamo i resti di quello che probabilmente era un Tempio a quattro colonne risalente circa al 50 a.C. Proseguendo ammiriamo il Foro di Tharros, ossia la piazza, di forma trapezoidale in cui si svolgeva la vita pubblica della città, delimitato dalle Terme II, o Terme del Foro (200 d.C.). Fuori dalla parte recintata si possono osservare i resti delle mura d’epoca cartaginese (VI secolo a.C.), nella parte ovest del colle di Torre San Giovanni. Come si giunge a Tharros? Da Oristano, uscire in direzione di Cùglieri, e al primo incrocio, nei pressi del Santuario della Madonna del Rimedio immettersi nello svincolo sopraelevato per Torregrande. A circa 1 km c’è il bivio per Cabras . Si prosegue per circa 6 km verso San Giovanni di Sinis che comprende l’area archeologica di Tharros. I cartelli indicano il sito.
La strada asfaltata confluisce in un ampio piazzale che costituisce il parcheggio dell’area archeologica, a pochi metri.

VIETATI RIPRODUZIONE E/O ADATTAMENTO.
TUTTI I DIRITTI RISERVATI. RITA BELLACOSA REPORTAGES 2010
N.B. Chi erano gli Shardana? Si narra che popoli del mare dall’Asia Minore giunsero nelle isole occidentali verso il 2.300 a.C.. Il dio era Sandan (Sardan, Sardus) identificato con Eracle ma anche con Marduk, Dioniso, Eshum, Visnù, Asclepio. Nel villaggio nuragico di Abini in Sardegna è stata rinvenuta una statuetta bronzea di 19 cm di altezza, databile tra il XII-X sec.a.C., raffigurante un eroe o una divinità: forse Sardan? Ha 4 occhi come il dio babilonese Marduk, 4 braccia come i Veda indù e Apollo a Sparta e la testa circolare appare contenuta in un copricapo da cui escono due antenne terminanti con due pomelli. Ha quattro braccia: porta due scudi con al centro due punte da cui partono raggi, e dall'impugnatura degli scudi partono due strani tubi che terminano dietro la nuca, insieme che ricorda le quattro corna degli dei mesopotamici; con le altre due braccia impugna due spade.

N.B. Il Tophet dei Fenici si trovava di solito non lontano dall’abitato ed era il luogo sacro ove venivano deposti i resti dei bambini. Qualche studioso ha supposto che questi bambini fossero sacrificati agli dei; altri che i piccoli fossero in realtà nati morti o morti poco tempo dopo la nascita. I corpi dei neonati o di piccoli animali sacrificati, venivano bruciati e le loro ceneri collocate ciascuno in un’urna di terracotta che, coperta con un piattino, veniva deposta nel suolo dell’area sacra e delle steli di roccia scolpita stavano ad indicare il sacrificio compiuto. Diodoro Siculo, antico storico, narra che nel 310 a.C. i Cartaginesi, non avendo onorato il dio Chronos con il sacrificio annuale di bambini delle famiglie nobili, ripararono sacrificandone duecento in pochi giorni. Scoperte archeologiche smentiscono questo rito. Pare che
le urne infantili ritrovate a Cartagine, circa seimila, contengano ossa di feti, dunque di bambini nati morti e di quelli deceduti prima dell’iniziazione, una cerimonia corrispondente al battesimo cattolico durante la quale il bambino accompagnato dal padrino veniva passato sul fuoco, come si dice nel Libro dei Re.
TUTTI I DIRITTI RISERVATI. RITA BELLACOSA REPORTAGES 2010

La penisola del Sinis, un viaggio indimenticabile di RITA BELLACOSA

SARDEGNA
Cari amici, ho sempre dichiarato, e confermo, il mio amore per la Sardegna, soprattutto la parte più segreta, tutta da scoprire, incontaminata e selvaggia dove la mondanità non è arrivata e la vita scorre semplice per gli abitanti del luogo. Questo mio scritto vuole essere un omaggio alla bellezza dell’isola e alla fierezza e al fascino dei Sardi. Rita Bellacosa


…chi giunge a San Giovanni di Sinis viene sostanzialmente per il suo mare, una lunga spiaggia sabbiosa di 4 km circa tra Funtana Meiga e Tharros, ma anche per visitare Tharros …


Partiamo da Cabras, città a pochi chilometri da Oristano e vicina alla penisola del Sinis . Nei pressi di Cabras, a circa 4 km, a San Salvatore, si può visitare l’omonima chiesetta sotto cui c’è un santuario ipogeico di origine nuragica ma adibito al culto anche nelle successive dominazioni cartaginesi e romane. Il santo è festeggiato in numerose occasioni, tra cui la cosiddetta ‘ corsa degli scalzi ’, sagra che rivive il salvataggio della statua del santo durante un’ incursione di pirati. Durante la Corsa degli Scalzi 1-2 settembre, da secoli i fedeli di San Salvatore, vestiti di un saio bianco, portano il simulacro del santo sulle spalle, di corsa: a piedi nudi, dal villaggio di San Salvatore a Cabras. Il giorno dopo essi compiono il percorso inverso. San Giovanni di Sinis, frazione di Cabras, è la marina di Cabras, sulla costa meridionale della penisola del Sinis. In passato era un borgo di pescatori costituito da capanne costruite con un' erba raccolta dallo stagno di Mistras, il falasco: ora presenta costruzioni moderne e, nei sobborghi, la chiesa paleocristiana di S. Giovanni di Sinis, a tre navate, realizzata in pietra arenacea (ossia sabbiosa), uno dei monumenti cristiani più antichi dell'isola, già chiesa campestre della Tharros medioevale. Oltre S. Giovanni la strada conduce a Tharros, a 20 km da Oristano, uno dei siti archeologici più antichi di tutto il Mediterraneo e, a sud, a Capo San Marco. Lo stagno di Cabras è un bacino di 22 chilometri quadrati che, per estensione, rappresenta circa un quinto dell'intero territorio di Cabras e che ospita forme di vita importanti, vera ricchezza per tutti gli abitanti della zona. Simbolo dell'eterna lotta tra il mare e il fiume, questo stagno, per dimensioni uno dei più estesi d’ Europa, è una riserva d'acqua dolce strappata al Mediterraneo dove, tra fitti canneti, vivono numerose specie di uccelli acquatici: anatre, folaghe, limicoli, aironi e soprattutto trampolieri e fenicotteri inseriti in uno spettacolo naturale selvaggio ed incontaminato. Una delle particolarità di Cabras è costituita dal ‘fassone’, una barca realizzata con steli di fieno palustre legati fra loro. La barca dura circa tre mesi poi marcisce e ricorda le antiche imbarcazioni egizie di papiro e le balsas del lago Titicaca, situato al confine tra Perù e Bolivia. A nord di San Giovanni di Sinis si snoda il litorale di Abbarossa, che comprende il promontorio di Turre Seu , oasi del WWF, e proseguendo , spiagge amene come quelle di Is Arutas e Mari Ermi, straordinarie per i colori e la presenza di granuli di quarzo arrotondato. Risalendo il Sinis verso nord incontriamo la regione di San Vero Milis, caratterizzata da villaggi di pescatori che si allineano sotto il promontorio di Capo Mannu: Porto Mandriola, Putzu Idu, S'Archittu, Su Pallosu, Sa Rocca Tunda e S'Arena Scoada.
Come vi si giunge? Da Oristano, uscire in direzione di Cùglieri, e al primo incrocio, nei pressi del Santuario della Madonna del Rimedio, immettersi nello svincolo sopraelevato per Torregrande. A circa 1 km c’è il bivio per Cabras . Si prosegue per circa 6 km verso San Giovanni di Sinis che comprende l’area archeologica di Tharros. I cartelli indicano il sito. La strada asfaltata confluisce in un ampio piazzale che costituisce il parcheggio dell’area archeologica, a pochi metri.
Chi giunge a San Giovanni di Sinis viene sostanzialmente per il suo mare, una lunga spiaggia sabbiosa di 4 km circa tra Funtana Meiga e Tharros, ma anche per visitare Tharros...
La spiaggia di Sinis è lunga quasi 4 km, la sabbia é bianca e molto sottile, sabbia quarzosa che conferisce giochi di bagliori luminosi all’acqua del mare. La spiaggia è dominata da una torre costiera spagnola del XVI secolo. Bar, ristoranti, servizi sono presenti in spiaggia.
Il suolo dell’entroterra costiero viene protetto dall'erosione marina dalla successione di dune che fungono da barriera naturale all’invasione delle onde e che si formano grazie agli accumuli di sabbia portata dal vento mistral per esempio le dune di Funtana Meiga in direzione sud, chiamata così per una sorgente minerale, vento che con la sua incessante opera si accanisce sui fondali bassi della costa, formando alte onde che richiamano numerosi surfisti che vengono qui a cimentarsi con le secche sferzate ventose. Le Falesie del Sinis a Nord di Capo Mannu sono costituite da pareti di roccia calcarea e si elevano verticalmente sul mare per una ventina di metri . Come si sono formate? Circa venti milioni di anni fa il mare depose ingenti quantità di sedimenti ricchi di carbonato di calcio nella parte settentrionale del Sinis. L'azione del mare, del vento e il sollevamento orografico di queste terre hanno determinato la formazione di una falesia lunga circa 2 km che unisce il Sinis dell'area di Cabras con il Sinis di San Vero Milis. Le scogliere di colore chiaro prendono il nome di Su Tingiosu, e con la loro spettacolare posizione sopraelevata costituiscono una terrazza naturale da cui ammirare la costa e la vicina isola di Mal di Ventre disabitata e selvaggia dotata di spiagge splendide, soprattutto sul lato orientale che guarda alla Sardegna. Nell'entroterra si trova lo stagno di Sale Porcus, un’oasi naturalistica della LIPU piena di fenicotteri e lo scoglio del Catalano. Ritornando nella parte più settentrionale della penisola del Sinis è possibile osservare la geologia delle rocce che è la sintesi scolpita della storia di questi luoghi. Si notano i calcari stratificati del Sinis, con le fitte le lamine delle rocce, le arenarie di origine eolica, con le stratificazioni incrociate, e i substrati residuali di colore rossastro, grazie al loro elevato grado di ossidazione



TUTTI I DIRITTI RISERVATI. RITA BELLACOSA 2010